Diciamolo subito, non ho vocazione al complottismo. Osservo, registro e deduco quanto mi riesce di dedurre. Una prima constatazione che faccio a proposito della questione Germania/Grecia è che la prima è un paese strutturalmente virtuoso e forte, la seconda inefficiente e debole. Preferisco non parlare di buoni e cattivi: le categorie morali non fanno bene al ragionamento. Lo suggestionano e lo deviano.
Queste caratteristiche proprie dei due paesi, colte ad occhio, si
plasmano attraverso altre di contesto. Ad esempio l’appartenenza alla UE e all’Euro.
Per comprendere
certi condizionamenti è utile conoscere il ruolo della moneta unica. Senza impelagarsi
nella spiegazione di certi meccanismi, è opportuno ricordare che quanto più un
paese esporta tanto più fa apprezzare (rende forte) la propria moneta. Ciò
significa che se oggi 1€ vale 10$ paperopolesi e domani, a causa del
rafforzamento, ne vale 20, il paperopolese pagherà 20$ quel prodotto importato
dalla UE che ieri pagava 10, che comunque l’esportatore vende sempre ad 1€.
Da ciò discende che,
nel tempo, l’esportazione è sempre più difficile perché il paese destinatario
che compera deve sborsare sempre più unità dei propri soldini. Nel contempo e
di converso, diventano più convenienti per la UE le importazioni perché compra
a 1€ quello che oggi vale 20$ paperopolesi, e che solo ieri ne valeva 10 (o, in
altri termini paga 0,5€ invece di 1€ il prodotto paperopolese del valore di 10$).
Stando ai dati e ai
fatti, la Germania con l’introduzione dell’euro ha registrato un’impennata
nelle sue esportazioni. Merito della sua capacità organizzativa e innovativa? Sì,
certo, ma molto anche dell’Euro.
In che modo l’Euro
favorisce l’export tedesco? Per il meccanismo sopra accennato (+esportazione =
+apprezzamento della valuta), se la Germania avesse una moneta tutta sua,
questa, rapportata alla mole di esportazioni, sarebbe molto più forte rispetto
all’euro che attualmente utilizza (il cui valore rispecchia tutta l’area Euro,
compresi i paesi meno virtuosi). Il paese tedesco si trova, cioè, nel paradosso
di continuare ad aumentare le sue esportazioni senza che si registri quel
rafforzamento automatico della valuta che nel tempo mitigherebbe la sua
capacità esportativa. In pratica l’euro
è troppo debole per la Germania e troppo forte per gli altri paesi europei
che, con questo valore, incontrano difficoltà ad esportare. In più, se non ci
fosse la moneta unica i vari governi nazionali avrebbero a disposizione anche
la leva della politica monetaria per intervenire, svalutando la propria valuta.
Qualcuno, come mia
cugina Tatiana, direbbe “beh, i tedeschi sono più bravi di noi e meritano questo
successo”. Le cose non stanno così. L’Unione europea e la sua moneta sono un
sodalizio che come tale deve tutelare e portare vantaggi a tutti. Se si
affronta un matrimonio pensando di approfittare dell’altro, il rapporto non
avrà lunga durata.
Ancora, stando
sempre ai fatti, la Germania per il settimo anno di fila ha violato un preciso
vincolo del trattato di Maastricht che fissa il tetto del surplus commerciale
(differenza tra quanto un paese esporta e quanto importa) al 6%. La Germania
esporta più di quanto dovrebbe o, meglio, consuma e importa meno di quanto
dovrebbe per abbassare questa differenza. La Germania persegue quella che si
definisce una politica mercantilista.
Con la UE abbiamo messo in un’unica gabbia leoni e gazzelle,
iene e antilopi. Ma come possono i paesi strutturalmente più deboli
sopravvivere se gli vengono tolte tutte le loro abituali risorse, le loro
strategie di sopravvivenza? I loro governi non possono utilizzare la
politica monetaria per aumentare le esportazioni e non possono sostituirsi agli
investimenti privati per rilanciare la domanda, impediti dal Patto di Stabilità e dalle politiche di austerity imposte
dai paesi creditori. L’unica componente della domanda aggregata (= mercato,
sbocco della produzione di un paese costituita da beni di consumo + domanda di
beni d’investimento + spesa pubblica + esportazioni) che potrebbe rilanciare la
crescita sono le esportazioni.
In questo contesto, chi dovrebbe consumare e dare sfogo
all’export dei paesi europei è, tra gli altri, la Germania, che però si guarda
bene dal discostarsi dal suo modello basato sulla “parsimonia”: continua a
vendere piuttosto che a comprare. Va da sé che i predatori prevarranno
divorando le prede e, finite queste, ritrovandosi soli all’interno della gabbia
moriranno anche loro di fame. In questi termini si prospetta il destino del
vecchio continente se non si cambia rotta.
La virtuosità tedesca, come si diceva all’inizio, è figlia di
meriti propri e di furberie. Approfittare dell’euro, senza dare nulla in cambio, è una furberia. Tenere bassi i salari
(= controllo dei consumi interni = tenere basso il tasso d’inflazione) ne è
un’altra. Con bassa inflazione rispetto agli altri paesi europei la Germania ha
goduto di vantaggi in termini di competitività a danno dei paesi periferici,
poiché i propri prezzi sono aumentati di meno rispetto a quelli dei vicini. Il
grande surplus dei tedeschi è stato reso possibile in gran parte grazie dalle
esportazioni in questi paesi, i quali hanno importato indebitandosi fino al
collo. Altri vantaggi Le sono derivati potendo esportare buona tecnologia a
prezzi concorrenziali (€) in tutto il mondo, Cina in testa.
Il
segretario del Tesoro statunitense ha ribadito che «politiche per
promuovere la domanda interna sarebbero un bene per l’economia tedesca e quella
mondiale». Ma soprattutto, aiuterebbero a uscire dalla crisi il maggior partner
commerciale della Germania: l’Europa.”
Assodato che i paesi periferici per competere con la Germania
dovrebbero perseguire una insostenibile deflazione salariale (abbassamento dei
salari) o diventare di colpo virtuosi e innovativi quanto la Germania (il che è
impossibile, c’è bisogno di investimenti, tempo, cultura, spirito, che non s’improvvisano)
appare quanto meno doveroso un comportamento più corretto da parte dei
tedeschi.
Questa improbabile ricetta, questa virtuosa metamorfosi da gazzella a leone, d’altra parte, sarebbe poco risolutiva: se tutti
si comportassero e fossero come la Germania non ci sarebbe la sponda debole, la
parte complementare che fa funzionare il meccanismo. Ricordiamolo la
Germania ha tenuto fermi i salari e così ha ridotto la disoccupazione, ma ha puntato sul fatto che
altri paesi non hanno agito nello stesso modo: ha quindi sostituito la domanda interna con
quella estera. Inoltre, con tutti i paesi europei forti, anche l'Euro sarebbe più forte con inevitabili ripercussioni negative nelle esportazioni extra UE.
Ma cosa dovrebbero
fare esattamente i tedeschi per aiutare tutta l’Unione e stare in regola?
1) Importare. Importando di più la Germania potrebbe
contribuire da un lato ad abbassare il valore dell’euro e, dall’altro, dare un
mercato di sbocco alle merci dei partner europei e dar loro respiro.
2) “Scontando
un poco di inflazione? Sì, perché il problema che sta alla base anche del
surplus è l’inflazione. Il surplus commerciale eccessivo è un risultato, non è
una causa. La causa è stata la differente dinamica dell’inflazione tra i Paesi
che, come detto, ha consentito alla Germania di ottenere un vantaggio
competitivo indebito sui suoi alleati e Paesi cofondatori dell’Europa, di fatto
tirandogli una suola. Le leggi europee prevedevano coordinamento ( e prevedono
ancora) sulle riforme del mercato del lavoro, per armonizzarlo, e la Germania
si è mossa in anticipo smarcandosi con le riforme Hartz, che hanno abbassato
gli stipendi, precarizzato il lavoro e quindi fermato i consumi. I
consumi fermi hanno fatto sì che non ci fosse inflazione, mentre altrove in
Europa correva spedita (vedi: Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo.. un caso
siano i Paesi in crisi?). Quindi in pochi anni hanno guadagnato sui costi rispetto
agli altri.”(1)
Ma
la Germania sarebbe disposta ad aumentare i salari fino a
compensare la competitività che il cambio fisso ha sottratto ai paesi
periferici? Sarebbero concessioni troppo onerose che la ostacolerebbero nella
penetrazione nei mercati extra-UE (vedi Cina come detto).
Sulla falsariga del modello tedesco si comportano paesi
assimilabili a quell’area come Austria, Belgio, Finlandia e Olanda. Sicché
appare sempre meno plausibile parlare, stante così la contrapposizione di
interessi tra un blocco di area tedesca e uno
mediterraneo, di integrazione europea.
Va da sé che queste brevi considerazioni dovrebbero, se
non capovolgere l’opinione che ognuno s’è fatto della Germania e della Grecia,
almeno ricalibrarla secondo una prospettiva più onesta.
(1) http://www.diariodivic.it/

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